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Ragionando sulla quinoa


20/06/13
L’Onu ha stabilito che il 2013 è il suo anno, e in molti la stanno festeggiando con iniziative, progetti, convegni e ricettari dedicati a questo piccolo cereale, che gli Inca consideravano la “madre di tutti i semi”.

Originaria delle Ande e con 5000 anni di storia alle spalle, la quinoa sembra incarnare il paradigma della sovranità alimentare e della biodiversità. Perché è fortemente radicata nelle culture di quei popoli che per secoli l’hanno coltivata e se ne sono cibati; perché ha grandi proprietà nutritive; perché è una pianta resistente, con un’alta variabilità morfologica, e finora è stata prodotta con pratiche sostenibili, rispettose di ecosistemi fragili e delicati; perché è sempre stata accessibile sul mercato, garantendo una giusta remunerazione ai produttori.

E anche perché ha una storia avventurosa, che racconta di come i conquistatori europei ne avessero bandito la coltivazione e il consumo legato ai riti sacri, nel tentativo di cancellare anche la cultura alimentare delle popolazioni che la utilizzavano, e di come sia stata preservata nei secoli dalle famiglie contadine, in una sorta di ribellione pacifica.
La storia recente, invece, la vede lentamente dimenticata con l’avvio del processo di inurbazione e industrializzazione nel xx secolo, fino alla riscoperta degli ultimi decenni.

I numeri parlano chiaro. Negli ultimi 20 anni, in Bolivia (il primo produttore a livello mondiale), l’area destinata alla coltura della quinoa è passata da 10.000 a 50.000 ettari, e le tonnellate annue di prodotto sono aumentate da 5.000 a 25.000. E questo cereale si è affacciato anche sul mercato internazionale, prima timidamente e poi fino a innescare una vera e propria moda. Attualmente, il 90% della produzione è destinato all’esportazione, e la quinoa è sempre più richiesta sul mercato per via della sua versatilità in cucina e delle sue proprietà nutritive – ha un alto contenuto di proteine di origine vegetali, di amminoacidi essenziali e di fibre, è ricca di grassi insaturi ed è priva di glutine, il che la rende commestibile anche per i celiaci.

Ma proprio questa fama sul mercato internazionale inizia a presentare aspetti problematici. Primo fra tutti, un considerevole aumento del prezzo, che sul mercato boliviano è quattro volte superiore rispetto a quello del riso o di altri cereali, rendendo di fatto la quinoa inaccessibile a buona parte della popolazione locale che vive in condizioni di indigenza.

I produttori, ad esempio, vivono questa popolarità con un misto di speranza e di preoccupazione, lamentando che alla promozione sul mercato internazionale dovrebbe essere accompagnato uno sforzo simile sul mercato locale, dove il consumo è limitato. Allo stesso tempo, si dicono preoccupati del fatto che, se il lavoro di promozione non si accompagna al supporto alle buone pratiche di coltura, l’ambiente potrebbe subire conseguenze indesiderate – ad esempio un acuirsi del processo di desertificazione – , come in parte sta già accadendo.

D’altro canto, anche i consumatori delle classi medie urbane vivono questo sentimento contrastante, felici del fatto che la quinoa sia comparsa sulle loro tavole, ma al contempo denunciando il suo status di “alimento gourmet”, il cui consumo è precluso alle fasce più deboli.

Quando una parte della popolazione ripiega su altri cereali più convenienti come il mais o il riso non potendosi più permettere il prodotto locale per antonomasia viene naturale chiedersi quale sia il suo effettivo contributo alla sicurezza alimentare e se la promessa contenuta nello slogan “la quinoa può sfamare il mondo” non debba essere accompagnata da politiche che la rendano, anzitutto, accessibile alla popolazione locale.

La speranza è che i tanti incontri con i rappresentanti degli stati produttori portino a riflettere su questi aspetti delicati e problematici, sul tema del prezzo, sul rischio di trasformare un prodotto sostenibile nell’ennesima commodity coltivata in grandi appezzamenti. La speranza è che davvero la quinoa possa contribuire a diminuire il tasso di denutrizione nazionale e che i governi degli stati produttori la inseriscano su vasta scala nelle mense scolastiche e la rendano accessibile alle fasce più deboli della popolazione. Solo così si potrà parlare di un prodotto davvero buono, pulito e giusto.

Secoli fa abbiamo raccontato la storia di un alimento che i conquistatori avevano bandito e che è sopravvissuto perché rappresentava l’identità di un popolo. Oggi non vorremmo raccontare quella di un alimento che ci ha conquistati al punto che il suo popolo non se lo può più permettere.

Questa settimana, dal 17 al 21 giugno, la FAO sta organizzando un programma quotidiano di eventi a Roma, nell'ambito dell'Anno Internazionale della Quinoa.
La sessione del 19 giugno "Il riconoscimento del sapere delle popolazioni indigene" è stata presentata da Cinzia Scaffidi, direttore del Centro Studi di Slow Food.

Nel mese di maggio, Slow Food Cultivos Andinos (Provincia di Jujuy, Argentina) ha collaborato alla produzione della pubblicazione Los haceres saberes y de la quinoa, un'iniziativa nata nell'ambito dell'Anno Internazionale della Quinoa.



Silvia Ceriani

Questo articolo si basa in larga parte su interviste fatte a produttori e consumatori boliviani, del convivium Slow Food Consumo Responsable. Li ringraziamo per il loro tempo e la loro disponibilità.

Per saperne di più:
S.E. Jacobsen, “La producción de quinua en el sur de Bolivia. Del éxito económico al desastre ambiental”
T. Philpott, “Quinoa: good, evil, or just really complicated?”
J. Blythman, “Can vegans stomach the unpalatable truth about quinoa"
T. Kerssen, “Quinoa: to buy or not to buy… Is this the right question?”
S. Romero, “Quinoa’s Global Success Creates Quandary at Home”





   
 
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