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Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus

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Gli orti della rinascita


08/04/13
C'è un orto (ma non solo uno) in cui si coltivano fagioli, gombo, zucche, meloni, arachidi. E ancora patate, carote, cipolle, peperoncini, insalata, prezzemolo, peperoni, barbabietole, melanzane, dah rosso, cavoli, mele e menta. C'è Himba, dell'etnia tuareg, che racconta, spiega, insegna, coinvolge. Ci sono donne che piantano semi venuti da Tacharane, vicino a Gao, dove l'Ong Terre et Humanisme porta avanti un progetto sulla sovranità alimentare, recuperando sementi locali. Ci sono uomini che lavorano contro il vento, la sabbia e la mancanza d'acqua.

 

Quella che vi raccontiamo potrebbe essere la storia di un orto qualunque. In Africa, come nel resto del mondo. Invece è la storia di un orto speciale, di tanti orti che nascono dalla speranza e dal riscatto. E che colorano le bianche tende delle Nazioni Unite, all'interno di un campo profughi. Questa storia si svolge in Mauritania, a 18 chilometri dalla città di Bassikounou, nel sudest del paese, a soli 60 chilometri dalla frontiera col Mali. Il campo profughi è quello di Mbera che - insieme ai campi del Burkina Faso e del Niger - accoglie sempre più maliani in fuga dal proprio paese. A oggi sono circa 75.000 i rifugiati stimati, e ogni giorno gli arrivi sono sempre più numerosi (anche fino a 300 persone). Le notizie che arrivano non sono confortanti. I rappresentanti di Medici senza frontiere parlano di condizioni sempre più critiche nel campo, soprattutto dal punto di vista nutrizionale. Basti pensare che il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei due anni supera i livelli di emergenza. E in Mali la situazione non sembra migliorare, anzi si moltiplicano le vendette e le ripercussioni sulla popolazione locale.

 

Eppure c'è chi non è stato a guardare. Almahdi Alansari - Himba, per tutti - è scappato da Timbuctu con la sua famiglia. Amico di Slow Food da sempre, in Mali lavorava con le produttrici di pasta katta e coordinava il Presidio. E con sé ha portato in Mauritania la sua esperienza. Con le sementi arrivate da Gao, ha iniziato a fare il primo orto accanto alla sua tenda. Non si è perso d'animo. Ha parlato con le donne, ha coinvolto gli uomini. E oggi circa 50 persone lavorano con lui, hanno avviato piccoli orti, coltivano in modo tradizionale le sementi che arrivano dal nord del Mali e lavorano per proteggerle dalle zanzare e dai volatili.

 

«I problemi sono tanti, certo» scrive Himba. «Manca l'acqua, la sabbia sollevata dal vento soffia in continuazione e l'umidità è altissima. Ma le donne si impegnano molto e anche i bambini, che hanno piccoli spazi per loro, sono fieri del loro pezzetto di orto. Ogni giorno lavoro per insegnare le buone pratiche di coltivazione, non mi stanco mai di spiegare e di incoraggiare le donne a portare avanti questo progetto».

 

E, nella mail che ci ha mandato, si leggono parole di speranza. «È grazie agli orti che si è verificato un cambiamento nella mentalità delle persone. Vedo quanto le donne amano la natura e quanto siano orgogliose di poter mettere in atto quanto facevano a casa propria. Coltivare significa avere un'occupazione, verdura fresca, dimenticare per un po' i problemi. Qui i giovani e i meno giovani si incontrano e si scambiano le esperienze». Tutto è cucinato in modo tradizionale e forse garantisce un po' di sicurezza alimentare in più. I legumi, ad esempio, sono bolliti nell'acqua e mangiati in insalata oppure cucinati con la salsa.

 

E la pasta katta? Certo, non è stata dimenticata. Simili alle trofie, i katta sono una pasta di farina di grano locale molto particolare che le donne preparano per gli ospiti importanti e le festività. E così la tradizione si ripete anche nel campo profughi, come ci racconta Himba. Le donne lavorano con le proprie figlie e - nonostante l'occupazione principale sia badare all'abitazione, cercare l'acqua e andare a scuola - continuano a preparare i katta a ogni festività.

 

Un po' di normalità, insomma, in mezzo all'inferno.

 

Gli orti del campo profughi di Mbera sono tra i mille orti in Africa!

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Nella foto, in alto a destra, uno degli orti del campo profughi di Mbera






   
 
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